Il mio approccio alla costruzione della Lira Calabrese è profondamente influenzato da una delle più importanti esperienze vissute ovvero, quella di frequentare in maniera attiva un esponente del mondo agro-pastorale, pastore e costruttore di strumenti a fiato.
Questo rapporto, che ha portato a un confronto continuo e privo di filtri, è stato principalmente marcato dalla trasmissione del suo sapere e da una concezione costruttiva che si discosta totalmente dai principi della liuteria classica.
Di conseguenza, il suono dei miei strumenti non è frutto dell’applicazione di misure standard ma è frutto della lavorazione dello stesso in funzione di un risultato preposto. In questa visione, parto da un’idea di suono intorno al quale tentare di costruire lo strumento.
Penso che l’essenza dello stesso sia composta dall’incontro di tre anime.
La prima è quella dello strumento stesso: una lira deve suonare come tale e non in maniera differente, al fine di esprimere in pieno l’idea del suono.
La seconda è quella del costruttore: trascorrendo molte ore a lavorare il legno, inevitabilmente quelle che sono le emozioni, le tensioni, la felicità, attraverso le mani permeano nel legno stesso quindi, quello strumento diviene inevitabilmente una parte di se; è come un diario al quale si affidano dubbi e pensieri, cui viene lasciata al libertà di perdersi.
C’è poi una terza anima, che è quella del suonatore. Qui si aprono due scenari: ci sono strumenti realizzati e messi da parte in attesa dell’incontro con chi in quel suono si ritrova, altri sono costruiti su richiesta e per i quali spesso diviene fondamentale conoscere chi lo suonerà, affinché voce dell’uomo e suono dello strumento si possano integrare; affinché le emozioni si ritrovino nel vibrare del legno.



